Oggi intervistiamo Federica Pannocchia, giovane scrittrice che ha dedicato una parte della propria attenzione letteraria ad una bambina ed il suo diario testimone delle sofferenze di un momento storico che ha ferito irrimediabilmente il Mondo.
Buongiorno Federica, vuoi accennare ai nostri lettori chi sei?
Buongiorno a Tutti i lettori.
Sono nata a Livorno nel 1987, nella bellissima Toscana. Adoro il mare e la natura, e sono stata molto fortunata nel nascere in un piccolo paese sulla costa (in provincia di Livorno), circondata da spiagge, colline e animali. Ricordo molte cose della mia infanzia, così come adorassi ballare, creare scenette e scrivere. Queste erano le mie passioni più grandi…oltre la scrittura e la testimonianza storica.
Una delle Tue fatiche letterarie si intitola “Anna Frank, 761 giorni di silenzio e coraggio” (ed. Scatole Parlanti)
Scrivere di Anna Frank significa confrontarsi con un’icona universale. Qual è stata la sfida più grande nel trovare una “voce” che rispettasse la verità storica pur offrendo una prospettiva narrativa nuova?
Lavoro con la figura di Anne Frank da oltre dieci anni, anche come Presidente dell’Associazione di volontariato Un ponte per Anne Frank, partner italiano della Casa-Museo di Amsterdam. Credo che Anne Frank rappresenti un simbolo fondamentale non solo per ricordare tutti i bambini vittime della Shoah, ma anche coloro che ancora oggi vivono situazioni di emarginazione.
Ho deciso di scrivere questo libro partendo da uno dei laboratori che da anni porto nelle scuole, pensato per avvicinare anche i più piccoli alla sua storia. Spesso i bambini non sono ancora pronti per leggere il Diario, quindi ho voluto raccontare loro la vita di Anne, della sua famiglia e delle sue amiche, adattandola alla loro sensibilità.
Ho mantenuto la verità storica, cercando però di restituire anche la vera Anne: le sue emozioni, le sue paure, i suoi sogni. In questo modo, crescendo, potranno poi approfondire attraverso la lettura del Diario.
Il titolo mette in risalto i “761 giorni di silenzio”. In un mondo contemporaneo dominato dal rumore, cosa può insegnarci oggi quella resistenza silenziosa vissuta nell’Alloggio Segreto?
Ho scelto di inserire il numero esatto dei giorni perché ho notato che, quando parlo con gli studenti e dico che Anne è rimasta nascosta per circa due anni, la loro reazione è piuttosto contenuta. Quando invece specifico “settecento sessantuno giorni”, restano davvero colpiti.
Questo accade perché hanno una percezione diversa del tempo. Viviamo in una società frenetica, dove tutto scorre velocemente, mentre è fondamentale riscoprirne il valore. Anne pensava che il nascondiglio sarebbe durato pochi mesi, ma invece è cresciuta lì dentro.
Quel tempo rappresenta una forma di resistenza silenziosa. Anne lo ha utilizzato per interrogarsi, maturare, riflettere, scrivere. Ha condiviso nel suo diario paure, speranze, amore e desiderio di libertà. Ha scelto di trasformare il silenzio in testimonianza.
Il suo lavoro scava nella quotidianità di Anna. Qual è il tratto umano o l’aneddoto che l’ha colpita maggiormente e che restituisce un’immagine diversa da quella scolastica?
Anne era una ragazza molto più matura della sua età. Il tempo trascorso nel nascondiglio l’ha costretta a crescere rapidamente. Mi colpisce spesso il pensiero che tutte le fotografie che possediamo la ritraggono “prima”: mi piacerebbe vedere il suo volto durante quel periodo.
Non era perfetta: aveva pregi e difetti come chiunque. Eppure, nel diario, arriva a definirsi fortunata, pur essendo invisibile al mondo, mentre le sue amiche venivano deportate—senza sapere che quella sarebbe stata anche la sua sorte.
Anne non dovrebbe essere ridotta a un compito scolastico o a un numero: era una persona reale. Sognava di diventare scrittrice e giornalista, amava profondamente suo padre Otto, unico sopravvissuto tra gli otto clandestini dell’Alloggio Segreto.
Otto Frank raccontava di aver scelto di non concentrarsi su chi avesse tradito la famiglia, ma sul bene che poteva nascere anche da una tragedia così immensa. Questa scelta di privilegiare il bene rispetto al male è, a mio avviso, un insegnamento straordinario.
L’architettura del coraggio
Nel libro il coraggio non è solo un gesto eroico, ma una resistenza interiore. Come si racconta la forza di una ragazza il cui mondo si restringe fisicamente ma si espande nel pensiero?
Anne è, in un certo senso, “rinata” nell’Alloggio Segreto. Il libro racconta la sua vita in una forma diversa, ma senza aggiungere nulla di inventato o alterare i fatti.
Il suo coraggio risiede nella capacità di raccontare, di continuare a credere nella bontà dell’essere umano, di vivere pienamente anche in condizioni estreme. Tutto questo emerge naturalmente nella narrazione, perché è già presente nella sua storia.
Come ha gestito l’equilibrio tra documentazione storica e necessità narrativa?
È stato un processo naturale. Negli anni sono entrata in contatto con Buddy Elias, cugino di Anne e Margot, e con persone che hanno avuto rapporti diretti con Otto Frank. Ho visitato più volte l’Alloggio Segreto, studiato documenti, letto libri, visionato materiali d’archivio.
Il mio obiettivo non è mai stato quello di mettere Anne su un piedistallo, ma di raccontare, attraverso la sua storia, tutte le “Anne Frank” di ieri e di oggi: persone diverse, con nomi diversi, ma accomunate dall’esperienza dell’esclusione e dell’invisibilità.
Riunire questi elementi in un libro per bambini, adattandoli al loro mondo, è stato per me un passaggio naturale, la continuazione del mio percorso.
Qual è il messaggio più urgente che questa ricostruzione dei 761 giorni vuole trasmettere alle nuove generazioni?
Il messaggio è che non si tratta di un semplice capitolo di storia da studiare, ma di vite reali. Oggi, immersi nella tecnologia, rischiamo di perdere il senso della realtà e della memoria.
La Seconda guerra mondiale può sembrare lontana, ma le dinamiche che l’hanno generata non lo sono affatto. È responsabilità di ciascuno—anche dei più giovani—osservare, comprendere e diventare cittadini attivi per contrastare antisemitismo, discriminazione e indifferenza.
Se si riconoscesse che ancora oggi esistono “Anne Frank moderne”, sarebbe più facile capire che la storia non è così distante: ci parla del presente e ci aiuta a riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi.
In che modo questa esperienza ha cambiato il suo modo di raccontare le vite altrui?
Anne mi ha insegnato moltissimo, e cerco di portare sempre con me i suoi insegnamenti: l’amore per la vita, per la natura, per gli altri, e la fiducia nella bontà dell’essere umano.
Una delle frasi che più amo dal suo diario è: “Che bello che non dobbiamo aspettare un momento particolare per iniziare a migliorare il mondo.” Racchiude un messaggio fondamentale: il cambiamento parte da noi, qui e ora.
Grazie anche all’incontro con sopravvissuti alla Shoah—come Sami Modiano, le sorelle Bucci, Liliana Segre, Eva Schloss, Vittorio Polacco e Kitty Braun Falaschi—ho imparato che nulla è scontato: la famiglia, gli amici, la libertà, la vita stessa.
Ho imparato ad apprezzarli profondamente e a guardare il mondo con maggiore consapevolezza, per continuare a costruire ponti e abbattere barriere.
Federica, arrivati alla fine dell’intervista, Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato. Torna a trovarci presto per dialogare di nuovo con i nostri lettori, ai quali, qui di seguito lasciamo una sinossi del Tuo ultimo scritto.
Ecco una sintesi della sinossi:
Anna Frank era una ragazza come tante, con sogni, paure e voglia di vivere. La Seconda guerra mondiale la costrinse a nascondersi per 761 giorni. Questo libro racconta la sua storia: dalla nascita a Francoforte al trasferimento ad Amsterdam, il nascondersi nell’Alloggio Segreto, la deportazione e il coraggio di credere nella bontà dell’uomo.
Buona lettura.
Raymond Martin




