Tra le colline e il mare

Un simpatico viaggio nella regione marche in compagnia di un tizio che ci è nato e cresciuto.

«Il primo bicchiere è per la sete, il secondo per la gioia, il terzo per il piacere, il quarto per la follia.»

Con questa breve ma esauriente citazione è possibile compiere un rapido viaggio nelle Marche e farsi un’idea delle sue tradizioni. Non fraintendetemi, non siamo una manica di ubriaconi. Al contrario, ci piace far festa, e sarebbe strano vedere un marchigiano darsi ai bagordi senza un bicchiere di buon vino in una mano e un mazzo di carte consumate nell’altra, mentre sullo sfondo gruppetti di anziani musicanti strimpellano canzoni che parlano di campagna, cibo e belle donne.
Raccontare le Marche sarebbe come tentare di spiegare qualcosa che non è ancora stato inventato. Si tratta di una terra sospesa tra cielo e mare, incastonata tra colline orlate da tanti vigneti declinati verso il mare Adriatico e paesetti appollaiati a un poggio di distanza l’uno dall’altro. Farsi un giro nelle Marche è un viaggio che dà serenità, specie passeggiare per i borghi e per le vie acciottolate delle contrade. Siamo gente semplice, ma con il gusto per le cose uniche ed essenziali come la famiglia, i compagni di una vita, le osterie e gli amori di una terra in apparenza sonnacchiosa.

«Non ci facciamo mancare nulla.»

Numerose sono le case vinicole che producono variegati e variopinti vini che rallegrano le calde serate estive e inteneriscono quelle uggiose di mite inverno (momenti in cui l’allegria allevia le fatiche delle interminabili ore trascorse negli opifici, negli impianti calzaturieri o nei cappellifici presenti in numerose zone del territorio). È allora che si fa avanti un tamburello e si dà il via a canti e filastrocche fatti a posta per scacciare la monotonia della stanchezza e rinvigorire il piacere con risate nuove di pacca.
La tavola su cui si è banchettato viene sparecchiata, ed è a quel punto che di solito, dal fondo della sala, si materializza una chitarra. Qualcuno, da qualche parte, ripesca un organetto e inizia a stantuffare sui vocalizzi degli avventori che vogliono dare sfoggio delle proprie abilità canore sfidandosi l’un l’altro per scoprire chi tra tutti conosce le battute più esilaranti. Le cameriere pestano i piedi e le sedie si allineano lungo le pareti. Le festose note di famose melodie riempiono il locale travalicando le mura e diffondendosi per il borgo. I passanti, attirati da tanto buonumore, si affacciano all’uscio, e per ognuno è impossibile stare a guardare senza sorridere e battere le mani al ritmo di quelle canzoni che ti entrano dentro e ti portano a ballare anche se sei troppo timido per farlo. In quelle parole, la voce squillante e mai arrugginita di un uomo che ne ha viste parecchie di cose da raccontare riporta alla mente le serate trascorse sull’aia di casa a ballare e a bere fino ad accasciarsi ebbri e felici sulle sedie di paglia o sull’erba profumata di menta e lavanda.

«Queste sono le Marche: la nostalgia dei bei tempi che furono di coloro che hanno avuto la fortuna di nascere e crescere in campagna.»

Nessuno, dal più giovane al più anziano, ha mai dimenticato certi suoni e certi odori: il vento caldo che porta con sé il profumo della terra da poco smossa; quello fresco dell’erba tagliata che scivola sui colli come i capelli di una bella ragazza; oppure, meglio ancora, l’aroma del grano di luglio appena mietuto, così carico di aspettativa, sogni e speranze. In certi momenti, appartenenti a un tempo ormai passato ma
gelosamente custodito da chi a certe cose ci crede ancora, l’ospitalità era sacra, e ai visitatori era riservato il calore familiare dal quale emergevano spontaneamente l’amicizia e la disponibilità degli agricoltori. Veniva offerto formaggio, salame e pane fatto in casa dalla morbidezza speciale e dalla crosta dorata. E come da tradizione, il tutto era accompagnato da un fiasco del migliore vino della cantina. Esplodeva così la festa, con musiche, canti e balli, e l’immancabile saltarello. Su tutto e tutti incombeva lo sguardo vigile delle Vergare, le matrone di casa, ovvero le donne anziane che di fatto svolgevano la funzione di capi famiglia. A loro nulla sfuggiva: dalla conduzione della vita familiare, agli ammiccamenti pieni di promesse tra i propri cari e gli ospiti venuti da fuori. Alle volte, senza però dichiararlo apertamente, le Vergare speravano che qualcuna delle ragazze di casa destinate a essere contadinelle venisse chiesta in sposa dal benestante del paese con il quale stava azzardando i primi passi di un ballo popolare (e guai all’uomo che non avesse mantenuto l’impegno).
Ad ogni modo e ringraziando il bene, le usanze buone e belle rimangono. E dai meno noti ai più conosciuti borghi di queste nostre eleganti, luminose e verdi Marche, feste e sagre tornano in voga riprendendosi il posto che meritano. È in queste occasioni che vengono sfoggiati i costumi tradizionali e messi in scena particolari spettacoli folkloristici con canti, musiche e balli tratti dall’antico patrimonio culturale contadino. Pertanto, oggi tale cultura riprende vita grazie al rinnovo degli spettacoli tradizionali. Con un po’ di impegno è possibile metter su antiche storie recuperando nei vecchi bauli impolverati lunghe gonne colorate, grembiuli bianchi tutti infiocchettati e i non meno noti fazzoletti a fiorellini. Dall’altra parte, gli uomini indossano pantaloni scuri lunghi fino al ginocchio, gilet affumicati e camice bianche con le maniche arrotolate. Si calcano un cappello di feltro o di paglia sulla fronte e si buttano nella mischia ridendo più che possono.

Risuonano le musiche e i canti. Si aprono mostre e musei. Si raccolgono indumenti, strumenti, stornelli, poesie, vecchie fotografie e antichi spartiti. I festaioli si esibiscono nelle piazze in occasioni delle sagre (da quella del maiale a quella dell’oca; da quella dei maltagliati a quella della polenta). La tradizione vuole che le tagliatelle vengano letteralmente inondate di ragù e preparate nei giorni festosi della battitura e raccolta del grano. Immaginate la scena: tutti che mangiano, ridono, bevono, cantano e stanno insieme. Uno spettacolo che già da sé mette il buon umore e consola dai brutti pensieri facendoti dire:

«E che accidenti, anch’io voglio mettermi a ballare.»

In chiusura, citerò le parole pronunciate da Don Buro (personaggio interpretato da Christian De Sica al termine del film Vacanze in America).
«Saremo anche contadini, ma beata l’ignoranza se stai bene de’ core, de’ mente e de’ panza.»

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