Speciale Halloween – Pensieri A Raffica: Il Mio Cervello in Evidenza (#1313)

Speciale Halloween

Ladies and gentleman, amanti dell’assurdo, devoti del bizzarro e sfaccendati della risata! Benvenuti allo speciale di Halloween di “Pensieri A Raffica: Il Mio Cervello in Evidenza”. Come sapete, solitamente condivido le mie considerazioni su tutto, dal significato della vita al perché i lacci delle scarpe si siano così poco evoluti negli ultimi decenni. Ma oggi, sappiate che ho in serbo per voi qualcosa di diverso: più spettrale. Qualcosa di spaventosamente spassoso. In occasione di quella che per molti è una festività a tutti gli effetti, il mio cervello si tufferà a capofitto nell’abisso dell’horror. Non si tratterà di una delle mie riflessioni tipiche: stavolta vi racconterò una storia. Per chi non lo sapesse, l’orrore è il mio cavallo di battaglia, il genere che ha dato inizio alla mia carriera d’autore. In questo episodio, vi condurrò per mano nelle profondità più cupe della mia immaginazione. Buon incubo e soprattutto… buon terrore.

Al di fuori della ragione

Diagnosi
A chi mai è capitato di svegliarsi da un sogno (o da quello che almeno, secondo l’umana logica, avrebbe dovuto essere un sogno) e di sentire il proprio corpo immobilizzato, imprigionato da un magnetismo stritolante, mentre una presenza oscura, minacciosa, malvagia, sussurrava parole indecifrabili dalla sponda del letto?

«Forse a pochi, forse a molti.»

Durante il mio quinto anno di medicina e chirurgia, per due volte a settimana il professore teneva corsi sulla biochimica del cervello nell’aula magna dell’ateneo. La sua arte oratoria era straordinaria, chiunque si sentiva coinvolto e trascinato da quella peculiare abilità espositiva restandone inevitabilmente ammaliato. Le domande a sorpresa (momento centrale delle sue lezioni) costringevano a un tale livello d’attenzione da eguagliare la trance agonistica.

«A quanti di voi è già capitato, al risveglio o al momento di addormentarsi, di avere la sensazione angosciante di non riuscire a muoversi e di vedere cose strane?»

Quella domanda fece raggelare me e buona parte di quelli che un giorno sarebbero diventati miei colleghi, spingendoci a chiedere se per caso il professore non si fosse messo a spiare le nostre attività notturne per porre una domanda così azzeccata in un momento tanto adatto.

Avevo già vissuto un’esperienza del genere. Quella volta mi ero appisolato nello studio di casa mia, e tali furono la paura e la traccia di ciò che vidi, che nei tre anni successivi avevo preferito dimenticare l’accaduto il più in fretta possibile (senza successo). Forse era questo il motivo per il quale non mi ero mai preoccupato di dissezionare e analizzare quel gomitolo di percezioni associate al fatto di non riuscire a muoversi temendo al contempo di morire soffocato. Non so il perché di questa mia reticenza, non avevo nulla di cui vergognarmi, eppure, all’epoca dei fatti, non ne avevo parlato nemmeno con mio padre che, oltre a essere il mio confidente, era anche il mio medico. A costo di essere banale, dirò che quella volta il cuore mi era letteralmente schizzato in gola, e ai disagi che quell’episodio aveva provocato si era associata una paura più grande: che avessi inavvertitamente trascurato una malattia tanto grave da essere anni dopo scelta come argomento a un corso di neurologia didattica.

Alzai comunque la mano. Con mio grande stupore, mi accorsi che almeno altre dieci si erano sollevate insieme alla mia. Che ognuno dei miei colleghi soffrisse di qualcosa di estremamente raro di cui ignoravano la causa? Il professore sembrò leggere la preoccupazione che serpeggiava tra i presenti, e a sorpresa tranquillizzò subito tutti, specie quelli come me che si guardavano l’un l’altro cercando di capirci qualcosa.

«Sembra che molti sappiano di cosa sto parlando, non mi sorprende. State buoni, vi prego. Oggi parleremo di un disturbo, non di una malattia, che è più frequente di quanto si creda. Per quelli tra voi che hanno intenzione di svolgere al meglio la professione che hanno scelto, è importante conoscere la paralisi del sonno poiché, quando uscirete da qui, certamente qualcuno, credendosi pazzo, verrà a confidarvi cose assurde e inquietanti, tipo che nel cuore della notte si sente morire e ha allucinazioni terrificanti. Appurato che si tratta di paralisi del sonno e non della venuta di una creatura ultraterrena alla ricerca di anime, il vostro obbiettivo sarà quello di arginare l’isteria e tranquillizzarlo. In un certo senso, questo è tutto ciò che serve sapere a proposito della parasonnia. Dal punto di vista dell’intervento sul paziente, la faccenda è bella che conclusa. Da quello medico, al contrario, le somnum paralysin sono molto, molto più di questo.»

Da allora ho parlato con decine di pazienti, ognuno con una fantasia e un’impressione diversa: come quella di un uomo che caracollò nel mio studio farneticando che una donna sbucata dalle ombre aveva preteso il suo seme obbligandolo ad accoppiarsi più volte sul divano di casa mentre alla tv davano la replica dell’ultima partita di campionato. «Allora è tutto nella mia testa?» aveva chiesto, dopo essersi sentito ripetere più volte che il suo caso era una condizione benigna più che normale, preferendo alla fine l’assoluzione di un prete alle mie rassicurazioni. Spesso coloro che incontro credono di soffrire di un qualcosa di estremamente raro, soprattutto chi non è a conoscenza dei disturbi neurologici legati al sonno, o peggio, chi dispone di conoscenze errate o per sentito dire. Alcuni pensano di avere premonizioni premorte, altri un qualche tipo di malattia degenerativa al cervello, oppure, nei casi più estremi, una possessione demoniaca. Le informazioni che chiunque può trovare da fonti più o meno attendibili, d’altronde, non sono in grado di rassicurare chi si sente paralizzato per interminabili minuti, né di smorzare la terribile sensazione di essere sfiorato, annusato, osservato e trasportato fuori dal proprio corpo.

«C’è comunque da dire questo: vivere un momento di immobilità è imparagonabile a qualsiasi altro. È rivolgendomi a coloro che ancora ignorano a cosa mi riferisco che vorrei far capire che è un’esperienza molto più terrificante del più terrificante degli incubi.»

Tuttavia, nonostante l’enorme spavento, non bisogna dimenticare che si tratta di un disturbo molto comune e, soprattutto, molto breve, anche se mentre sta accadendo si ha l’impressione che il tempo rallenti di proposito. Malgrado ciò, se ho deciso di affrontare l’argomento non è soltanto per rassicurare il paziente meno istruito sulle proprie condizioni, bensì per riportare quanto avvenuto a me la prima volta che ebbi a trovarmi difronte qualcosa che allora mi lasciò con più dubbi che certezze.

Introdurrò tale esperienza citando le parole di Ismaele, voce narrante del celebre Moby Dick di Melville: «Dapprima non si vedeva niente, non si sentiva niente; ma mi parve che una mano soprannaturale stringesse la mia. Il braccio mi pendeva lungo la coperta, e la forma o fantasima silenziosa, indefinibile, inimmaginabile a cui apparteneva, pareva sedermi vicino sulla sponda del letto. Per ciò che mi parve una durata di secoli e secoli stetti così, agghiacciato dalle paure più tremende, e non osavo ritirare la mano, eppure pensavo continuamente che, solo a poterla muovere di un pollice appena, l’orribile incantesimo si sarebbe spezzato.»

Cura
Aver affrontato questa particolare tipologia di fenomeno mi permette di comprendere a fondo le emozioni di coloro che vengono da me in cerca di spiegazioni. Per quanto mi riguarda, non ho più avuto esperienze strane (l’ultima degna di nota risale ad almeno tre anni fa) ciononostante, ogni qualvolta si ripresenta l’occasione di assistere a qualcosa che va oltre l’umana comprensione, non c’è nulla che riesca a rassicurarmi abbastanza dall’avere a che fare con qualcosa che, per i canoni convenzionali della normalità, non soltanto non dovrebbe esistere, ma neanche accadere. In passato, ho assistito al materializzarsi di spiriti ed essenze soltanto durante il riposo pomeridiano o al risveglio (quando il sonno non durava abbastanza da consentirmi un adeguato riposo) ma oramai ho accantonato l’abitudine di coricarmi dopo pranzo, a meno che non sia molto stanco o gli impegni di lavoro non mi costringano a una pausa.

«Come già anticipato, l’ultima esperienza medianica risale a circa tre anni fa.»

La sera prima avevo stabilizzato le condizioni di un paziente soggetto a ripetuti crolli emotivi tendenti all’autolesionismo, passando in seguito la notte a vegliare che non avesse a togliersi la flebo per conficcarsela in un occhio. Dire che ero esausto sarebbe poco per cui, contrariamente a quanto mi era stato consigliato, il mattino dopo proseguii nell’abituale giro di visite per poi tornare nel mio studio a preparare le lezioni per la settimana successiva. Arrivate le tre del pomeriggio, decisi che per quel giorno potevo dirmi soddisfatto perciò, senza nemmeno togliermi le scarpe, inclinai la poltrona e lasciai che il sonno facesse quello per cui è tanto apprezzato.

«Mi addormentati immediatamente, per poi svegliarmi subito dopo.»

Cercai di alzarmi (sarebbe meglio dire sollevarmi, tanta era la pesantezza avvertita) ma ero bloccato, impossibilitato a muovermi o fare altro. Sentii il bisogno di chiamare aiuto, ma riuscii a controllarmi. Sapevo che in casa c’erano anche i miei familiari, e uno dei primi istinti fu quello di non allarmarli. Ciononostante, al primo istinto sopraggiunse il panico di dover sopportare quella condizione correndo il rischio di perdere non solo la ragione ma anche la possibilità di tornare alla normalità.

«Gridai.»

Ma dalla gola non uscì alcun rumore. Beh, qualcosa in un certo senso venne fuori: un gorgoglio sottile, che diventò poi un colorato fiotto di onde sonore, flautate debolmente dalle labbra socchiuse. Sapevo di cosa si trattava, prima d’allora avevo giù accusato gli stessi sintomi, al che mi accinsi a riprendere il controllo di me stesso: sforzai di muovere le dita di mani e piedi, dopodiché iniziai a inspirare ed espirare lentamente e profondamente immagazzinando quanta più lucidità possibile. Percepivo una pesante forza gravare sul mio torace, immobilizzandomi. D’altra parte, se anche fossi riuscito a muovere un arto, sarebbe occorso uno sforzo ancora più grande per scavalcare le barre di sicurezza di cui era munito il letto sul quale ero disteso…

«Fu con sgomento che realizzai di trovarmi su una branda d’ospedale, anziché nel mio studio.»

E c’era qualcosa nella stanza, che mi torturava prendendosi gioco di me e della mia mortalità. Sebbene non potessi vederlo, lo sentivo: ne avvertivo l’oppressione e la complessità nell’ambiente che lo conteneva. L’aria vibrava e fremeva d’energia. I muscoli della razionalità ardevano per mantenermi cosciente.

«È solo immaginazione, mi ripetevo, soltanto banale immaginazione.»

Incapace di gestire le emozioni mi abbandonai a esse, che turbinavano e deflagravano in lamenti di esseri incorporei realmente presenti. Chiusi gli occhi e cercai di quietare la mente, pregando e ignorando quanto stava avvenendo nella speranza di riaddormentarmi.

Il letto cominciò a vibrare e sussultare, spinto da una forza sovrannaturale che non gradiva affatto il mio opporsi. Porte e finestre iniziarono a sbattere con violenza; la luce palpitava come un cuore in fibrillazione; qualcuno da qualche parte gridava il mio nome. Improvvisamente fui cacciato dal mio corpo e lassù in alto rimasi a galleggiare, a osservare l’intero reparto nel quale ero finito, stanza per stanza.

«Sotto di me, le mie spoglie si dibattevano lì dove le avevo lasciate, mentre qualcuno che non doveva esserci si accaniva su di esse.»

La sensazione di minaccia salì in un’improvvisa curva ascendente: era dunque quello l’epilogo della mia vita, il procedimento attraverso il quale oltrepassavo il confine terreno? In un modo che tutt’oggi mi è ignoto, ero passato dall’altra parte diventando quello che nelle storie dell’orrore chiamano fantasma; e in quella forma vidi lo sconosciuto estrarre da ciò che restava di me qualcosa di lungo e affilato ricoperto fino al manico di quello che con ripugnanza riconobbi essere sangue.

Qualcosa dal me incorporeo dovette sfuggirmi, perché la sagoma ebbe un sussulto, drizzò la testa come qualcuno colto sul fatto e altrettanto velocemente si voltò, come se sapesse dove individuarmi. Mai dimenticherò quell’espressione: orrida, folle e spregevole; e quegli occhi: grandi, lucidi e ambrati come scintillanti monete di rame il cui bagliore metteva in risalto le ombre ghignanti di un paio di labbra rossissime attorno a una bocca squadrata i cui denti superiori erano grandi e sproporzionati come lapidi in una grottesca caricatura orrifica.

«Chiunque fosse mi aveva ucciso, e io avevo appena assistito alla mia morte.»

Con uno strattone, la figura scacciò l’aria difronte a sé come a volersi togliere qualcosa di fastidioso da davanti, e altrettanto rapidamente fui ricacciato all’indietro.

A seguire, di colpo, una calma piatta e atona. Inspiegabilmente ero di nuovo sulla mia poltrona, nel mio studio, a casa mia. Oltre me non c’era nessuno, sebbene ansia e panico persistevano nonostante il conforto di essere vivo. Osservando l’orologio, mi resi conto che tra quello che doveva essersi trattato di sonno e Dio solo sa quello a cui avevo appena assistito, erano trascorsi poco più di dieci minuti. Qualsiasi cosa fosse, era finito.

Da allora, tranne i casi riportati dai miei pazienti, sempre meno ho avuto a che fare con fenomeni contrari alle leggi della fisica e agli assunti scientifici che, se misurati secondo il metodo scientifico, risultano incomprensibili ai meno istruiti. Tuttavia, nel rispetto dell’indefinibile, non devo ingannarmi: quanto avvenuto non è stato un sogno, ma una lugubre realtà.

 

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