Le donne vittime della moda

La donna è stata per secoli vittima della moda, ne ha dovuto subire passivamente i diktat: il corpo femminile è stato masochisticamente mistificato, alterato, deformato, sfigurato. L’abito è stato per secoli uno strumento di tortura per le donne che lo hanno passivamente accettato.
La donna in alcune epoche storiche è stata come chiusa in una gabbia con le due parti del corpo nettamente contrapposte, quella superiore artificiosamente stretta e compressa, e quella inferiore esageratamente amplificata con cerchi e sottogonne. Il corsetto è stato per le donne un vero strumento di tortura, con le stringhe che rendevano difficile, se non impossibile, la respirazione. Il corsetto comprimeva tutti gli organi interni, in particolare polmoni e fegato, li stringeva come in una morsa, causando disturbi digestivi e svenimenti. In più faceva assumere al seno una posizione innaturale estremamente rischiosa per la salute.
Leggiamo su un giornale parigino del 1850:
«Una giovane donna muore durante un ballo, aveva indossato un corsetto così stretto che le costole le hanno perforato il fegato».
L’abolizione dei corsetti è stato uno degli argomenti per la liberazione anche fisica della donna sostenuto dai movimenti femministi fin dalla fine del secolo XIX e agli inizi del secolo successivo. L’attivista americana Elizabeth Stuart Phelps incitava le donne a dare fuoco ai loro corsetti:
«Fate un falò delle crudeli stecche d’acciaio che per così tanti anni hanno tiranneggiato sul vostro torace e addome. E tirate un sospiro di sollievo per la vostra emancipazione che, ve lo posso assicurare, inizia da questo momento».
La gonna è tra i capi più aberranti nella storia della moda. Prima, a partire dal Rinascimento, il verdugale e il guardinfante, sottane a cerchi sovrapposti, poi nel Settecento sono venuti fuori i paniers (cesti), infine nell’Ottocento è apparsa la crinolina, gabbia di cerchi metallici, che nel 1860 raggiunge l’incredibile circonferenza di 7 metri.

 

La crinolina, inventata verso il 1830 dal francese Oudinot, era una sottogonna realizzata originariamente in tessuto rigido, imbottito di crini di cavallo, da cui ha preso il nome. Molto in voga verso la metà del secolo, venne sostituita verso il 1860 da Charles Frederick Worth, sarto inglese trapiantato a Parigi, con una gabbia a cerchi metallici e molle d’acciaio, che aumentavano ulteriormente il volume delle gonne. Una gonna poteva avere fino a 10 strati di stoffa.
Lo scrittore francese Alphonse Karr osserva con ironia:
«Due donne non stanno più insieme nei primi posti di un palchetto in teatro, né dentro una carrozza. Cinque donne non possono conversare sedute l’una vicina all’altra perché separate dall’ampiezza delle loro gonne, devono gridare per farsi ascoltare. Un uomo seduto in mezzo a due donne scompare».

Si vedevano in giro crinoline così larghe che urtavano le candele accese e la poverina rischiava di prendere fuoco. Se poi una donna “alla moda” scampava al pericolo d’incendio, il continuo strisciare delle gonne per terra finiva col favorire il contatto potenziale con i germi della febbre, del tifo o di altri virus e malattie per le quali allora non esistevano cure efficaci.
Malgrado i numerosi inconvenienti, tuttavia la “crinolinomania” fu un’epidemia che infettò le donne di tutti le classi sociali dalle nobili alle borghesi e alle donne del popolo. Una ”epidemia” che, complice il corsetto, ha fatto strage di donne: 40.000 vittime in tutto il mondo. Una cifra che ha dell’incredibile, eppure è un’atroce verità.
Durante il secolo del Romanticismo un’altra pesante coercizione fisica imposta dalla tirannia della moda è stato il cosiddetto “vitino di vespa”, ossia un giro vita che non superasse i 40 centimetri, in contrasto con l’esagerata ampiezza della gonna.
Inoltre fino a tutto l’Ottocento era pratica comune colorare gli abiti in verde con pigmenti derivati dall’arsenico, un veleno usato anche nella lavorazione dei fiori artificiali che adornavano abiti e cappellini.
Tramontata l’epoca della crinolina, alla fine dell’Ottocento ecco comparire il sellino, un’imbottitura sul didietro che sbilanciava all’indietro la figura della donna, mentre il busto si allungava oltre la vita stringendo anche una parte dei fianchi. La sua conformazione dava alla figura di profilo una linea a esse che spingeva il petto molto in alto e inarcava i reni all’indietro.
Nel 1910 la gonna diventa così stretta e tubolare che le donne trovano difficoltà nel camminare. E’ una vera assurdità il tubino con l’entrave creato da Paul Poiret nel 1911: un nastro che lega la gonna all’altezza delle ginocchia, e costringe le malcapitate signore a camminare sulle uova per non cadere.
Ci penserà la prima guerra mondiale, col suo triste bagaglio di vittime e di distruzioni, a liberare le donne nel vestire e nel ruolo che loro spetta in società.

                                                                                               Florindo Di Monaco

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