Via Fani - Roma 16 Marzo 1978

Aldo Moro e la morte di ogni speranza futura

Gli attuali programmi di insegnamento della scuola pubblica italiana sono fermi alle riforme di cui Tullio De Mauro potrebbe esserne il simbolo e la sintesi del passato che non è mai riuscito a generare il futuro, tanto atteso da quelle riforme.

Ad oggi è difficile che nelle scuole venga rappresentato agli studenti cosa è successo in Italia dopo il secondo conflitto mondiale. Forse lo dovremmo interpretare come un atto di amorevole protezione verso le nuove generazioni, così da lasciarle nella mancanza di conoscenza delle radici del loro attuale nulla socio-culturale.

A ben vedere il furto identitario non è stato perpetrato solo ai danni delle attuali generazioni, ma anche a chi muoveva i primi passi negli, ormai lontani, anni 70.

Una definizione onomatopeica li definì gli anni di piombo, identificando il materiale con cui erano fabbricati i proiettili che caratterizzavano lo scenario sociale post contestazione giovanile.

Per chi ha vissuto quegli anni, fuori o dentro gli agitati scenari di piazza e degli atenei, il ricordo della politica italiana di allora è ancora vivido. Nomi come Amintore Fanfani, Giulio Andreotti ed Aldo Moro costituivano il tridente di punta dello scenario parlamentare dell’epoca, di cui Moro ne era l’architrave.

Nei pensieri di molte persone comuni dell’epoca e degli attuali analisti storici e politici ritorna come un tarlo corrosivo la stessa domanda: Aldo Moro poteva essere salvato?

Era il 16 marzo 1978 a Roma ed Aldo Moro – docente di Diritto penale, ex membro dell’Assemblea costituente nel 1946 e deputato dal 1948, Presidente della Democrazia Cristiana, cinque volte Capo del governo – come ogni mattina, lasciò il suo appartamento di via del Forte Trionfale a Rome e salì in auto con gli uomini della sua scorta.

Non era però una giornata qualunque, quel giovedì 16 marzo: alle 10 di mattina, infatti, era previsto il voto di fiducia per la nascita di un governo che per, la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, sarebbe stato sostenuto da una maggioranza allargata anche al Partito comunista italiano.

Il Pci di Enrico Berlinguer, dopo decenni di opposizione, si apprestava alla svolta: era il compimento del cosiddetto “compromesso storico”, la nascita di un governo “di unità nazionale”, basato sull’ alleanza tra Pci e Dc e la cui regia era stata condotta – pazientemente, per anni – proprio da Aldo Moro che quella mattina si stava recando in Parlamento per il voto. In quegli anni, il nostro stato democratico , nato con la Costituzione del dopoguerra, viveva una stagione densa di coincidenze che ne facevano un paese assediato da attacchi terroristici, da una lacerante crisi economica, da una instabilità politica perdurante (11 governi si erano succeduti nel volgere di pochi anni).

E tutto questo si verificava in una fase molto delicata a livello internazionale in cui accanto ai tradizionali equilibri delle due superpotenze, URSS e USA, vi erano nodi di grande tensione e in cui venivano spenti nel sangue , proprio con il favore degli USA, fermenti democratici negli stati del Sud America che avevano tentato esperienze democratiche e socialiste.

Sequestro Moro: le storie dei cinque uomini uccisi dalle Brigate Rosse … – Noi Radiomobile™

Poco dopo le 9.00 del mattino, all’altezza di via Fani, all’angolo con via Stresa, a Roma la macchina su cui era Moro e quella seguente di scorta furono fermate da un commando composto da cinque uomini delle Brigate Rosse che aprì il fuoco.

Raffele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, cadono sotto gli oltre 90 proiettili esplosi sul posto, senza contare quelli andati a vuoto.  Moro, unico sopravvissuto alla strage, fu sequestrato e poche ore dopo, con rivendicazioni contemporanee a Roma, Milano e Torino, le Brigate Rosse comunicarono il suo rapimento.

Era un attacco alle più altre cariche dello Stato che non aveva mai avuto un precedente e Moro divenne la strumentalizzazione perfetta di un Uomo simbolo della integrità morale e politica evidentemente scomoda per gli scenari nazionali ed internazionali.

Cominciava un dramma che durò 55 giorni, punteggiato di silenzi e comunicati delle Br e segnato dal drammatico dibattito interno alla Dc: accettare o rifiutare una trattativa con i terroristi. Fu tutto sbagliato nella gestione del sequestro Moro. Inutili posti di blocco ovunque per le vie di Roma, perquisizioni sempre a un passo dal covo in cui i brigatisti tenevano l’uomo politico, ma senza mai arrivare a lui.

Con il rapimento di Aldo Moro non fu sequestrata solo la sua persona, ma vennero rubate e successivamente uccise le speranze delle generazioni dell’epoca e delle successive.

Con l’uccisione della scorta non caddero unicamente cinque servitori dello Stato, cadde lo Stato stesso. Forse consapevolmente!

Aldo Moro poteva essere salvato?

 

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