– IL FONDO DEL MIO CIELO –
Parte 1 – 1. DOLORE DI LACRIME INARIDITE
Parte 2 – 2. DOLORE DI LACRIME INARIDITE
Parte 3 – 3. PRIMO INCONTRO
Parte 4 – 4. PRIMO INCONTRO
Parte 5 – 5. LA VALIGIA VUOTA
Parte 6 – 6. IL NOSTRO PRIMO APPUNTAMENT
Parte 7 – 7. CONFORTO
Parte 8 – 8. PRIMO GIORNO TRA LE BRACCIA DEL TRIGLAV
Parte 9
9. LA DISGRAZIA NON VIENE MAI DA SOLA

La disgrazia non arriva mai da sola. Prima ancora che la mia vita sentimentale si frantumasse in mille pezzi, avevo perso il lavoro, la mia unica fonte di sostentamento. Se fosse stata soltanto quella la ferita inferta dalla vita, l’avrei superata più in fretta; ma dopo che anche lui se ne andò, rimasi completamente spezzata, incapace di trovare la forza per andare avanti.
Esattamente due mesi fa fui licenziata, dopo otto anni di servizio. La motivazione ufficiale era che l’azienda attraversava una crisi finanziaria e che non solo io, ma anche altri quattro colleghi, dovevamo essere licenziati. Una spiegazione accettabile e comprensibile, certo, ma i criteri con cui la direzione aveva deciso chi sacrificare dicevano molto di più su di loro che su di noi, i dipendenti.
Mi sentii ferita: il mio impegno, gli anni di lavoro dedicati, non erano stati né riconosciuti né valorizzati. Tutto ciò che seguì intorno a quella vicenda fu una vera delusione. Negli ultimi due anni avevo condiviso l’ufficio con una collega, di dieci anni più giovane e senza alcuna esperienza precedente. Una giovane donna legata al direttore da rapporti di parentela, che non mostrava né interesse per il lavoro né ambizione di imparare. Quando seppi che, al mio posto, sarebbe stata lei ad essere trasferita, compresi l’ingiustizia che mi era stata fatta. In quel momento l’onestà e l’orgoglio di aver sempre lavorato con responsabilità e dedizione non mi permisero di chiedere un ripensamento. Raccolsi in silenzio le mie cose e uscii dall’ufficio.
Sapevo che sarebbe stato inutile chiedere un colloquio con il direttore; e alcuni colleghi, nello stesso istante, raffreddarono talmente i rapporti da creare una distanza simile a una fredda nebbia mattutina.
Sono consapevole che i rapporti tra colleghi raramente varcano i confini della sfera privata e dell’amicizia, ma non mi aspettavo che qualcuno potesse vivere la mia disgrazia come una sorta di personale soddisfazione.
La creatività è il motore che mi dà energia per lavorare non soltanto meccanicamente. L’innovazione, parte essenziale della creatività, sposta in avanti strategie irrigidite e ripetute mille volte, le libera dal punto morto in cui ristagnano da anni. Solo così un’azienda può davvero camminare verso il successo.
In un mercato competitivo sopravvivono solo coloro che lavorano per il bene comune, e non per l’affermazione individuale. Il fanatismo consiste nell’affermare esclusivamente il proprio lavoro, dimenticando lo scopo collettivo. Ma lo scopo collettivo non è mai unico e definitivo: ogni risultato dovrebbe aprire nuove mete, definite attraverso pensieri più avanzati.
Quando la direzione riesce a distinguere le diverse capacità intellettuali dei dipendenti, allora può attendersi che le attività intraprese conducano a passi sicuri nelle future proiezioni di successo. Per questo motivo, coloro che vengono messi in prima linea devono essere persone intelligenti: un fatto innegabile che non ammette interpretazioni diverse.
Quanti colpi può sopportare un essere umano? Quanti dolori può portare su di sé, nello stesso tempo?
Incapace di restare negli stessi spazi che avevo condiviso con lui, venni qui, per fuggire a tutto ciò che me lo ricordava. Ma la domanda che mi segue ovunque io vada è sempre la stessa: si può davvero fuggire da se stessi? Sento che, anche qui, lontana dalle mie abitudini, la vita mi chiederà di affrontarmi. E affrontare se stessi non è né facile né piccolo compito: significa accettare con obiettività ciò che ciascuno di noi riconosce come parte della propria esistenza. Affrontare se stessi è un complesso dialogo interiore, un monologo diviso in due voci contrapposte, fatto di contro-argomenti, di convinzioni che si scontrano. Quando una forza ti trascina verso il basso, un’altra ti rialza e ti sospinge di nuovo in piedi. Così l’essere umano deve determinare la propria posizione tra i contrasti dei suoi stessi pensieri.
Per molti, quella posizione è un prisma deformato dalla soggettività. Non sono rari i casi di sopravvalutazione, o di egocentrica superiorità nella vita sociale; così come, al contrario, alcuni vivono un senso di inferiorità privo di reali motivazioni. È una contaminazione psicosomatica che agisce automaticamente, alterando la capacità di giudizio.
Continua…




